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lunedì 21 maggio 2012
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Palazzo Bonicelli

Salendo a sinistra della chiesa di S. Anna, dal gombito di via Bonomo De Bernardi alla confluenza di via Domenico Carpinoni, si incontra una interessante residenza della fine del quattrocento, che nel sei-settecento è stata però inglobata in un corpo edilizio più ampio e sopraelevato. E stata l'abitazione dell'antica famiglia Bonicelli della Vite; lo è attualmente della famiglia Pasinetti. Le affrescature decorative recuperate negli anni 1980-1981 sotto i consistenti intonaci seicenteschi, sono certamente testimonianza della rilevante posizione sociale dei Bonicelli della Vite, un casato che conta tra i suoi membri numerosi amministratori pubblici, studiosi di rilievo, tanti sacerdoti e ben quattordici notai; ma aiutano anche ad immaginare la vivacità e la bellezza delle contrade di Clusone nei secoli XV e XXVI. Il recupero è avvenuto non soltanto per le affrescature osservabili sulle facciate delle vie Carpinoni e De Bernardi, ma anche per numerose composizioni decorative dell'interno. All'esterno, il modulo decorativo è quello comune ad altre facciate di quel periodo (un esempio, parziale data la pochezza dei resti conservati, è ancora visibile in via Lattanzio Querena): bugnato bicolore coronato da ricca fascia d'ornato floreale, nella quale sono distribuiti piccoli tondi con busti; lesene, travetti e altri motivi ornamentali attorno alle finestre; stemmi inseriti nel contesto. Sulla facciata di via Bonomo De Bernardi, ci sono esempi di decorazione con l'uso frammisto della figura, dell'emblematica, del fito-morfismo e dello zoo-morfismo Lo scudo col leone rampante, legato a festoni di frutta retti da putti, è l'arma della Valle Seriana Superiore. I tralci di vite che partono dal vaso e si intrecciano, è un voluto richiamo alla famiglia Viti o Vite, imparentatasi con la famiglia Bonicelli. Sulla facciata di via Domenico Carpinoni, è stato recuperata una notevole parte dell'affresco che ha come tema la glorificazione dello stemma Bonicelli della Vite. L'altra parte è andata distrutta con

l'apertura della finestra seicentesca. Solo i leoni rampanti in campo rosso e giallo e i tralci di vite intrecciati, sono elementi essenziali dello stemma; il resto, compreso l'angelo con spada emergente dall'elmo, è ornamentazione glorificativa. Il leone di S. Marco posto sul coronamento, è un tributo alla Repubblica Veneta, alla quale sicuramente la famiglia Bonicelli ha offerto i suoi servizi nel periodo della sua presenza a Clusone. In questa composizione è pure interessante notare il paesaggio collinoso e turrito che si intravede dietro il leone; potrebbe anche trattarsi di una interpretazione dell'altipiano clusonese alla fine del secolo XV. Nel contesto della decorazione esterna, non manca la presenza del tema religioso. Sulla facciata di via Carpinoni è affrescato S. Gerolamo nell'atteggiamento del penitente; nel deserto, davanti al Crocifisso, si percuote il petto con un sasso. Sopra la porta d'ingresso alla Cappella, ci sono i resti di un monaco in preghiera. Anche le composite affrescature interne delle stanze private, sono ricche di figure, stemmi, greche, motivi geometrici, fitomorfismi, zoomorfismi, temi mitologici. Le consistenti parti ricuperate, danno la possibilità di individuare !o schema decorativo usato per tutte le stanze. Una fascia fortemente ornata, corre in alto sulle pareti, a ridosso del soffitto; le pareti sono affrescate con quadrati o losanghe multicolori, a modo di tappezzerie scendenti fino alla zoccolatura, nella quali sono inserite scene e simbologie di vario genere. In una stanza, sono conservati notevoli resti, quindi ancora molto godibili, della simbologia del leopardo domato, affiancato dal valletto con picca e scudo e del gruppo mitologico del centauro Nesso che fugge con Deianìra sul dorso. La simbologia del leopardo domato, è illustrata dalla frase segnata sul cartiglio svolazzante: «Dum iustus judex sederit supra petram non adversabitur sibi quidquam malignum». È la celebrazione generica del buon governo; ma, per la presenza dello stemma dei Viti sullo scudo, potrebbe anche essere un preciso riferimento all'impegno di membri di questa famiglia nella cosa pubblica. Lo stemma che segue, costituito da un incastro di pietre, quasi sicuramente è la traduzione visiva del semantèma verbale posto sul cartiglio.

 

Nessuna scritta esplicativa è rimasta invece sul cartiglio impugnato da Deianìra in groppa a Nesso. Nella sovrastante fascia ornamentale, oltre alle teste nei tondi, ci sono gli stemmi Bonicelli della Vite e Colleoni; abbinamento che fa pensare a qualche rapporto tra la famiglia di Clusone e il celebre condottiero, o ad un tributo di stima. In altra stanza, il cui schema decorativo non si scosta dalla precedente, sono conservati i resti di una battuta di caccia al cinghiale, svago molto praticato dai membri delle famiglie benestanti di quel tempo. Si tratta di una singolare composizione nella quale cinghiale, cani, cacciatori e spettatori della battuta, sembrano sovrapposti più che inseriti nell'igenuo paesaggio. Il movimento e la notevole foga della muta dei cani, creano contrasto con la staticità e la non entusiasta partecipazione dei due cacciatori. Questa e le altre affrescature della residenza, sono particolarmente interessanti per una eventuale ricerca sul guardaroba e le pettinature del secolo XV.

 

In via Bonomo De Bernardi, attiguo alla ex-residenza Bonicelli della Vite, è visitabile il negozio di calzature Giudici-Fornoni, un tempo salone della seicentesca abitazione Scalvinoni, altro casato ragguardevole presente a Clusone dai primi decenni del cinquecento fino alla metà dell'ottocento, imparentato con i Bonicelli e i Cavallini. Sulla parete di fondo del negozio, si conserva l'affrescatura della glorificazione degli stemmi delle famiglie Scalvinoni, Cavallini e Bonicelli: una grande “S” intrecciata alla scala a pioli, sospesa nel cielo del paesaggio; un bianco cavallino alato, ritto sulle zampe posteriori; i due leoni rampanti con i tralci di vite intrecciati. In primo piano,

sollevando strumenti musicali, tre ragazze applaudono all'unione dei tre casati. Sotto, la scritta «Sic Deus coniunxit». Il voltane è stato decorato nel 1668 dal bresciano Pietro Antonio Sorisene. L'ha affrescato con motivi architettonici in rigorosa prospettiva, creanti lembi di cielo al di là di balconi e balaustrate, da dove si affacciano figure allegoriche e putti svolazzanti. Nel vasto cielo centrale, il pittore ha collocato la volubile «dea fortuna». Seduta sul suo ricolmo forziere, è intenta a consegnare la corona regale ad un giovane cavaliere, mentre un mercante ed alcune donne, affacciandosi alla balaustra, mostrano i doni che già da lei hanno ricevuto. Ha voltato invece le spalle al contadino, al vecchio malandato, alla vedova e al mendicante; resta pure incurante alle implorazioni di un altro giovane personaggio, relegato nel numero degli sfortunati. In questa composizione il Sorisene ha preferito alla tradizionale dea fortuna sfarzosamente vestita e bendata, la dea fortuna disnuda e scarmigliata, la cui chioma indica efficacemente la direzione dei suoi insindacabili interventi. Nelle logge della quadratura, ha collocato quattro ministri della fortuna. Nel contesto, risulta molto efficace la scena dell'accigliato lavoratore della terra, che spiega agli altri compagni di sventura, di voler provvedere al proprio destino con le sue forti braccia e la sua tenacia, piuttosto che affidarsi alle capricciose iniziative della fortuna. Nel contempo il cane, suo fedele amico, sembra fare le sue rimostranze al gruppo dei favoriti della dea. Sotto l'affresco degli stemmi di famiglia, è stato rimosso il grande camino, elemento caratteristico di questi saloni seicenteschi.

 

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